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Sgranocchia Pizzeria

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196 voti
Aperto adesso 19:00 - 22:30
Aggiornato 13 giorni fa
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Cibo al Sgranocchia Pizzeria
Prova una pizza a Sgranocchia Pizzeria
Gli interni di Sgranocchia Pizzeria
Prova tra le svariate varianti di pizza

Il Parco Regionale Sirente Velino è ciò che dovresti andare a vedere dopo un pasto in Sgranocchia Pizzeria. Prova i curatissimi pizza, Supplì e antipasto. Qui potrai mangiare delle ottime brioches. Assaggiare delizioso cordiale è una buona scelta.

Molti clienti evidenziano che il personale è creativo qui. Sgranocchia Pizzeria assicura ai suoi visitatori un encomiabile servizio. I prezzi sono adeguati in rapporto alla qualità. L'attraente ambiente è il punto di forza di questo ristorante. Questo locale ha raggiunto 4.5 nel sistema di rating di Google.

Il migliore in città

Questo premio si basa sull'analisi di molteplici fattori, tra cui recensioni, valutazioni e tendenze di coinvolgimento degli utenti su Restaurant Guru.
Pizzeria

Valutazioni di Sgranocchia Pizzeria

Google

(4.4/5)
161

Trip

(4.5/5)
35

Recensioni dei visitatori su Sgranocchia Pizzeria

/ 142
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Silvano De Simone Richiedere la rimozione di informazioni
CENA PHILIPPI PT III (leggere prima pt I e II) Trovarono le padelle lì, nel forno, attualmente a 250 gradi di temperatura, impilate in una grande massa sempre più unificata, intente a perdere la loro integrità strutturale e vomitare teflon vaporizzato nell’aria. Per anni erano rimaste nascoste nell’ombra, finché di esse non era rimasto che un vago ricordo nella casa; nell’ombra la loro congiura era stata concepita, nell’ombra essa si era portata ad attuazione. “Se non vi hanno uccisi i fornelli e le vespe”, sembrava promettere il coperchio della prima padella che mai più si potrà chiamare coperchio, “se non vi ucciderà Silvano che amava cucinare, se non vi ucciderà Filippo, un giorno scoprirete che avete il cancro ai polmoni, e ricorderete questa notte. Ricorderete che la mia morte non è stata invano”. Prima che le padelle divenissero una composizione di arte contemporanea, i Sei le tirarono fuori dal forno, e le deposero vicino agli scalini dove s’era un tempo rifugiato Gianluca Senzaterra. Potevano solo pregare che non fosse stato ormai troppo tardi. Erano ormai ridotti a un’ombra di sé stessi. S’interrogavano su come tutto ciò fosse potuto accadere. Di chi era la colpa? Di Rachele, allergica ai gatti? Del cane della nonna di Filippo, forse alleato della vespa? Dello straccio, che si era sacrificato come un monaco tibetano perché le padelle potessero portare avanti la loro tremenda congiura? Di Silvano, che amava cucinare? “No”, disse Silvano, “E’ colpa del ristorante che era pieno”; e poi procedette a rendersi conto – svuotato di ogni emozione – che l’olio che aveva usato nel risotto era scaduto da cinque anni. “Non ti preoccupare” disse Gemini. “L’olio scaduto perde il sapore, ma al contrario del grasso animale, non può ucciderti”. Silvano lo assaggiò, e scoprì che mancava anche di sale. Prese il suo contenitore di plastica tra le dita; non è chiaro se per la naturale potenza del suo braccio o se in un accesso di disperata ira e frustrazione, ma strinse sempre più forte. Il contenitore cedette, e il sale si riversò al suolo. “Porta sfortuna?” chiese Alessandro. “Certo”, rispose Luca. Alessandro volse lo sguardo in alto: dalla cornice di uno specchio di fronte al tavolo, una foto di papa Benedetto XVI lo guardava dritto negli occhi. Ne ricordò l’antica profezia: “Pasta con le stragi! Pasta con le violenze! Pasta con la guerra in Iraq!”. Dunque questa è la fine, pensò, e rimase in silenzio, perché Marco Aurelio gli aveva insegnato che bisogna obbedire alla volontà del Fato. Silvano invece volgeva lo sguardo in basso, sul tavolo, dove rimaneva il tocco di burro. L’aveva usato nel pietoso tentativo di trasformare il risotto da materiale edilizio in edibile. La nebbia di guerra continuava ad aleggiare cupa; quando si è in guerra, spesso, le informazioni su cui si fa affidamento sono incomplete. Così era stato per Silvano. Qualcuno avrebbe dovuto presagirlo, da quella cipolla ammuffita proveniente da casa di Yo; tutti loro erano stati ciechi. Soltanto Gianluca aveva avuto un presentimento, un tempo, ma ora era uscito dal suo rifugio, ed era stato il primo a iniziare a mangiare. Silvano alzò il tocco di burro e lesse la data di scadenza: 10/03/2025. Così morì Gianluca, detto Senzaterra. Tutto ciò che aveva desiderato, quel giorno, era stato ordinare d’asporto alla Pizzeria Sgranocchia, e pescare una terra a Magic. Food: 3 Service: 1 Atmosphere: 3
Luca Pancione Richiedere la rimozione di informazioni
CENA PHILIPPI PT II (leggere prima pt I) La causa – la volontà di Silvano di cucinare un risotto – era ambiziosa, ma era giusta causa. I fornelli di casa di Filippo, tuttavia, non dovevano pensarla allo stesso modo: troppo a lungo erano vissuti liberi dalle fatiche per le quali pure erano stati creati, e a quella libertà non intendevano, ormai, più rinunciare. Erano pienamente consapevoli della propria forza; per quella libertà avrebbero combattuto. L’aveva notato fin da subito, Silvano, che in quei fornelli c’era qualcosa di strano. Facevano troppo gas, e sembravano disobbedire agli ordini delle manopole di abbassare la potenza. “Quei fuochi”; disse in un momento d’illuminazione biblica, “sono animati da forze oscure, che sfuggono al controllo degli uomini”. Ma su di lui solo pesava la responsabilità dei risoni risottati; non voleva – non poteva – tirarsi indietro. Credeva che la sua passione potesse bruciare più luminosa del fuoco dei fornelli, come nelle peggiori serie d’animazione giapponese, e questo suo pensiero sostituì ai suoi iniziali sospetti una leggera noncuranza. La seconda vittima della guerra fu una decina complessiva di centimetri quadri dallo strato esterno di epidermide delle mani di Silvano. Quattro volte si ustionò, quella sera: le cicatrici gli restano tutt’ora, testimoni silenziose della battaglia che fu. La terza vittima fu il risotto dei risoni. Silvano ne riuscì a salvare una parte, con grande sacrificio di centimetri di epidermide, ma i risoni che si salvarono erano scotti al punto di formare una densa calce cementizia, e piangevano i loro compagni divorati dalle fiamme. Mentre la Guerra dei Fuochi ancora proseguiva, una nebbia insalubre aveva preso possesso della casa, diffondendo un odore di morte. Gianluca, che pure si era ritirato lontano, cercando di non vedere e non sentire, di nuovo fu il primo a fiutare il pericolo. “Sta bruciando della plastica”, disse. Silvano, che amava cucinare, rispose che nella Guerra aveva bruciato uno straccio. Non c'erano presine, a casa di Filippo; Silvano s'era armato di stracci, ma i Fuochi avevano provato a togliergli anche quelli. I Sei – tanti erano, perché Filippo, nella sua naiveté, era uscito con altre compagnie e aveva affidato la sua casa agli amici con un fiducioso sorriso – aprirono la porta-finestra. La zanzariera era ancora aperta, e la vespa lo sapeva. La vespa - grande quasi quanto l’uovo che mai sarebbe stato cucinato, grande quasi quanto il rimorso postumo di Filippo - irruppe nella cucina con tremendo fragore, disperdendo i Sei e seminando il panico. “L’attira la luce, spegnete la luce!” gridò qualcuno. “Accendete la luce!” gridò Silvano. Prossimo alle lacrime, aveva mantenuto la sua postazione per continuare a girare il riso: nelle tenebre che potevano o non potevano contenere una vespa, il suo volto terrorizzato era illuminato unicamente dalle fiamme del fornello. Alessandro non amava i sofficini, e la vita moderna lo annoiava; segretamente, egli anelava il Valhalla e la gloriosa morte. Prese la tovaglia, cercando di costringere la bestia verso la finestra; quando essa vi si posò sopra, caricò in avanti, la buttò fuori e chiuse la zanzariera. Era vivo, con suo rammarico; Odino avrebbe aspettato. Ma Ade? Quando si è in guerra, spesso, le informazioni su cui si fa affidamento sono incomplete; è un fatto noto con il nome di “Nebbia di guerra”. Riaccesa la luce, i Sei pensavano che il peggio dovesse essere passato. I risoni – quelli che erano rimasti – erano pronti, e si apprestavano a sedersi a tavola. Pensavano di essere stati previdenti: mentre Silvano cucinava, avevano messo il forno a preriscaldare, ed era giunto a temperatura con perfetto tempismo; mentre cercavano di mangiare l’agglomerato di risoni, avrebbero fatto cuocere i sofficini. Ma quella nebbia terribile ancora riempiva l’aria della cucina; lo straccio era bruciato da mezz’ora, e la porta-finestra era aperta ormai da tempo. “Sta bruciando della plastica”, aveva detto prima Gianluca. Lo straccio era stato di cotone. I manici delle padelle no.
Iolanda Navone Richiedere la rimozione di informazioni
[il numero di stelle sarà cambiato dopo che riusciremo a mangiare qui] CENA PHILIPPI PT 1 Per tre volte Gianluca detto Senzaterra chiamò il ristorante, dalle sette e mezza alle otto, per chiedere da asporto. Per tre volte gli rispose il silenzio. Terminò la sua partita a Magic contro Alessandro - perdendo per la seconda volta una partita a Magic contro Alessandro - dopodiché Silvano propose di andare di persona a chiedere, e gli altri due concordarono. Arrivarono al ristorante; gli fu detto che non avrebbero fatto da asporto né servito, perché ormai pieni. Cercarono asporto altrove; non lo trovarono. Nessuno, a Rocca di Mezzo, faceva più asporto, a quell'ora, in quella domenica d'agosto. "E sia", disse Alessandro, ricordando la dottrina di Marco Aurelio suo maestro. "Chiamate gli altri. Prenderemo in mano i nostri destini: cucineremo da noi a casa". Fu così che iniziò. Rachele era allergica ai gatti, e in casa di Yo ce n'erano ben due; la cena doveva farsi a casa di Filippo. Quella casa era un luogo desertico, ostile alla vita e alle cene, ma i Sette non potevano saperlo; essa portava con sé segreti ignoti ai suoi stessi abitanti. Silvano, che amava cucinare, voleva fare dei risoni in brodo; Yo, che non amava cucinare, voleva appaiarvi dei sofficini surgelati; Alessandro, che non amava i sofficini, voleva farsi un uovo in padella. “Ci sono padelle?” chiese Silvano a Filippo. Filippo rispose di averle avvistate, una volta, in un remoto passato in cui la sua ex aveva cucinato la carne a casa sua, ma il ricordo della dimora delle padelle era annegato insieme a tutto il resto che voleva dimenticare. Cercarono a lungo: non solo le padelle, ma qualsiasi cosa potesse essergli d’aiuto nella realizzazione dei loro intenti – trovarono olio e nient’altro. Bisognava dunque, anzitutto, trasportare la logistica da una casa all'altra. Quattro dei Sette partirono nella notte, e tornarono mezz’ora dopo con un tocco di burro, la cipolla, e due scatole di risoni nella borsa termica. V’erano stati dei presagi, senza dubbio; e tuttavia essi furono ignorati. Ci si accorse presto che uno dei due pacchi di risoni era esploso, e il suo contenuto, già riversatosi in giro per la borsa, ricadde in parte a terra; ma Luca, dai grandi poteri della sua OCD derivando grandi responsabilità, s'adoperò a raccoglierli e il morale restò alto. Un secondo segno venne nella forma del cane della nonna di Filippo, che si schiantò di testa contro la zanzariera della porta-finestra nel tentativo di entrare in casa, con abbastanza forza da aprirla; ma il cane fuggì e il morale restò alto. Gianluca detto Senzaterra era l’unico ad aver percepito che qualcosa non andasse. Si era ritirato in un rifugio dietro l’angolo delle scale, e giocava sul telefono a Plague Inc. Non parlava; forse perché a quel presentimento non sapeva dare un nome. Un ultimo presagio fu la cipolla che si scoprì essere ammuffita, e questo avrebbe dovuto essere più facile da interpretare; ma ne desunsero, semplicemente, che si sarebbe dovuto far senza. Alessandro, che non amava i sofficini e neanche la cipolla nel brodo, se ne rallegrò persino. “Guarda che non sto facendo risoni in brodo,” disse Silvano, che amava cucinare, e poi procedette a bruciare l’olio. E’ difficile non distrarsi quando si fa ciò che si ama, e la conversazione continua che animava la stanza era una facile fonte di distrazione; si stava parlando di come calcolare quante palline da ping pong sarebbero bastate per mantenere a galla il Titanic. Qualcuno finalmente gli chiese che cosa si stesse cucinando allora, se non brodo: “E’ una sorpresa”, disse Silvano, che amava cucinare, e poi procedette a bruciare l’olio per la seconda volta. “E’ un risotto? Stiamo facendo un risotto?” chiese Yo dopo qualche minuto di osservazione attenta, e Silvano, che amava tutto dell’arte culinaria, si entusiasmò per l’intuito della sua amica. “Sì! E’ un risotto!” disse e poi procedette a bruciare l’olio per la terza volta. In futuro, l’olio sarebbe stato ricordato come la prima vittima della Guerra dei Fuochi. [PT 2 in arrivo...]
Pizzeria, Opzioni vegetariane
€€ Fascia prezzo a persona €10 - €30
Via Degli Orti, 1, Rocca Di Mezzo Aq
Rocca di Mezzo, Abruzzo, Italia
Indirizzo
Via Degli Orti, 1, Rocca Di Mezzo Aq, Rocca di Mezzo, Abruzzo, Italia
Caratteristiche
Carte di credito accettate Nessuna consegna a domicilio Cibo da asporto Prenotazione Accessibile in sedia a rotelle Parcheggio
Orari d'apertura
LunedìLun 19:00-22:30
MartedìMar 19:00-22:30
MercoledìMer Chiuso
GiovedìGio 19:00-22:30
VenerdìVen 19:00-22:30
SabatoSab 19:00-22:30
DomenicaDom 19:00-22:30
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